Il mio cuore non é venuto con me

 

Non è nel rumore di queste strade grigie

negli alberi conficcati nei marciapiedi

 

(agli incroci cadono le parole, morendo come le foglie incolori

spazzate via dalle donne stizzite sulle soglie)

 

non c’è il mio cuore:

stretto alle sbarre dell’autobus in corsa

gli occhi in fuga sul campanello rosso

inghiottito dalle strisce pedonali

arrivato nella schiena premuta sulla porta

finalmente chiusa.

 

22/09

 

Credo ci si sia messo di mezzo l’ultimo di Dan Brown.

O forse sei stato tu ad intrufolarti in quelle pagine non si sa come e potrei sospettare solo vagamente il perché: o meglio ancora il ricordo di te vagava dentro a qualche cattedrale o per qualche sala di quei suoi musei dirai, oppure si era intrecciato a qualche linea di quei simboli? Ripensandoci guarda, forse non è neanche riemerso sfogliando le pagine del libro: aspettava credo, come spesso accade, di presentarsi dopo qualche tempo dall’ultima riga quel tale giorno a quella tale ora, anzi in quel tale insospettabile minuto talmente lontano da tutto quello che mi potrebbe parlare di te da essere davvero ad una galassia di distanza e non a quegli in fondo ridicoli chilometri e miglia marine che ci separano.

Eppure c’eri, e in un giorno feriale. Eri lì dove ti ho sempre vagamente immaginato, poi lì dove ero io a quel tempo, e poi molto più nitidamente in tutti quei luoghi dove non siamo mai stati ma che comunque conosciamo bene, certo anche in quella sala d’attesa. Aveva delle poltroncine un po’ scomode, non trovi? Eppure facemmo tutti e due finta di niente, così come avevamo fatto per le panchine di ferro del parco, non potrai dire che non è vero!

Io comunque amavo di più camminare al tuo fianco, lo confesso. E meno di tutto lasciarti le mie lettere davanti alla porta in quell’androne troppo polveroso, anche se è quello che farò anche stavolta, confondendomi tra l’andirivieni dell’imbrunire.

Tu chissà se uscirai o tornerai, a quest’ora.

 

22/07

alberoross

C’eri tu

la notte del temporale

negli scrosci, nella quiete

 

c’eri tu

nel vento del mattino

e nei passi lenti del ritorno

 

ed oggi c’eri tu

nel giorno dell’angolo ombroso

sotto alle foglie rosse.

 

Non c’eri, eppur c’eri

d’un bruno gesto indistinto

di presagito profilo.

 

Il terzo gatto

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Ti risulta che si possa morire di tristezza? Forse no. Certo che sì.

Non so da dove mi sia arrivato questo che prima era un fiume, poi si è allargato ed é diventato lago, poi ancora crescendo mi sembra infine un mare, sterminato, scuro e denso, di tristezza.

Non so da dove mi sia arrivato. O forse lo so, lo so per certo. So da dove, so i piccoli e grandi affluenti da destra e da sinistra, so quelli del mattino e quelli del pomeriggio. La sera smettono, non mi chiedere perché.

L’acqua comunque te lo devo dire è opaca come inchiostro, il fondo viscido come quello della vasca di cemento dei tuoi nonni dove ci facevamo il bagno da piccole, ti ricordi? Non te l’ho mai detto ma ho continuato per anni a sognare ogni tanto quel fondo e i gesti del mentre cercavo con tutte le forze di stare sempre a galla per non toccarlo neanche con un dito. Nel frattempo chiacchieravamo sotto il sole, ridevamo nell’acqua fredda e sporca come se niente fosse, no? Adesso invece non mi viene affatto da ridere. Come potrei se annaspo?

Ho comprato dei fiori rossi, sperando che l’acqua non arrivi fino a lì. Poi mi sono messa a pensare al terzo gatto, quello rosso. Magari se si accorgevano che pensavo a lui smettevano.

 

La pietra

“…ma so che qui è così e quanto importi nella vita non già di essere forti ma di sentirsi forti, di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa (da “Into the wild”, Christopher McCandless, citando Primo Levi)

 

La colpa è stata della pietra, ecco. Un giorno ti racconterò questa storia, quando sarai più grande. Forse lo farò recitandola con il tono di quelle orride favole giapponesi come meriterebbe, ma in ogni caso ti sembrerà una favola perché, in fondo in fondo, non mi crederai.

Ti dirò di quando in certi paesi lontani, su certi lontanissimi sentieri, si incontrano talvolta delle pietre: prima dei ciottoli, poi dei sassi, poi delle piccole pietre su cui puoi inciampare magari la prima volta, che puoi imparare a saltare la seconda, forse alla terza arrivare addirittura a raccoglierne qualcuna. Ma ancora non sai che quelle non sono “la” pietra.

Quella – te ne accorgeresti, ma io conto sul fatto che non la scorgerai mai – ma te lo dirò, è grande come tutto il sentiero: è un’enorme pietra non solo cieca e sorda ma soprattutto enorme, tanto da coprire anche le stelle, sai? La bambina guarda in su e non vede altro che quella altissima parete di roccia e neanche più l’orizzonte. E’ lì che ferma si mette a pensare, proprio lì, in piedi. Che è la stessa pietra di cui aveva sentito una volta in una storia, credendo che fosse una favola. E’ lì che si mette a cercare di scoprire, di capire. Anche se si sta facendo notte.

Ma noi saremo sedute di fronte al mare, quando te la racconterò. Su uno scoglio. Sarà stato un giorno di sole e la luce prima del tramonto si rifrangerà con dolcezza come fa sempre e quel giorno e in quel momento lo farà ancora meglio e ancora di più, sulle onde. E tu sarai più grande e non ti spaventerai. Ed io riderò, perché da un pezzo sarò già dall’altra parte con la pietra alle spalle, da un bel pezzo.

 

Per Camilla