Il mazzolino

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Ti racconto del mio piccolo viaggio fino a lì: sono partita da una piccola stazione, salendo su un piccolo treno di due soli vagoni che certo avresti potuto chiamare anche carrozze, vista la velocità. Ma meglio così, non dicono sempre che quello che conta é il tragitto? Visto che di solito mi conosci cerco di adeguarmi, anche se col cuore non vedevo l’ora di arrivare ho comunque fatto finta di essere una piccola viaggiatrice, mi sono accomodata vicino al finestrino ed al contrario dei pendolari che c’erano ho decisamente aperto la tendina, pronta a godermi quel preziosamente lento piccolo tragitto.  All’inizio si snodava per alcuni paesi che conoscevo… solo  non capivo bene perché quella mattina mi sembravano diversi: era forse l’angolazione, per le curve delle rotaie che deviavano lontane dalla solita via? Oppure l’improvvisa vista dall’alto da quella specie di viadotto? No mia cara, ci ho messo un po’ a capirlo cieca come sono a molto ultimamente, sai cos’era? La luce. Il sole. La primavera che abbiamo tanto aspettato. I paesi assolati ne erano inondati come il mio viso che scottava, ed il verde dei campi e delle colline che li circondavano ne erano abbacinati, tanto che qualche raggio si era allargato a spandervi manciate di minuscoli fiori gialli e che le foglie degli ulivi sembravano quasi avere riflessi dorati.

Dicono anche che i viaggi da cui vorresti non ritornare sono quelli in cui perdi qualcosa ed io, anche se credimi non è da me ed era la prima volta, ho perso davvero il microscopico biglietto di andata e ritorno fatto dal tabaccaio che avevo in tasca e ancora non so come. Anche perchè nel frattempo il trenino è arrivato a fiancheggiare il mare e la luce è andata a mescolarsi con l’azzurro insieme ai pensieri, anche perché sono arrivata prima del previsto e prima di rendermene conto avevo tra le mani un mazzolino di fiori, raggiante.

Sarebbe stato un viaggio immenso, e ancora non é finito.

Cara signora ferita

L’ho capito quando l’ho vista andar via. L’ho capito dai passi, dai movimenti, da dove posava lo sguardo, che era ferita. Poi entrando nella sua camera dalla finestra, da come l’aveva lasciata, poi anche dalla quasi impercettibile scìa del suo passaggio. Ancora prima di vedere le lenzuola. Questo per dirle che per me un letto sfatto è un letto sfatto e non è quello che lascia una traccia. Per dirle che i letti sfatti li detesto e che preferisco invece quelli appena fatti, con le lenzuola odorose di bucato e ferro da stiro, pronti per ogni nuova battaglia di quelle che lei sa ed anche di quelle che ancora non sa, tutte (occorre davvero dirlo?) meno le battaglie solitarie. Perchè l’unico senso che un letto sfatto avrebbe secondo me sarebbe quello di essere sfatto mentre si muove, vivo con braccia a forma di nido, con occhi curiosi da lei al comodino, con odori tiepidi, con respiri. Con lingue che lecchino il sangue finchè non si rimargini, ecco.

Ora però la devo salutare, ho un po’ da fare. Le sembrerà strano ma la padrona mi ha ordinato di bruciare dei letti; ha certi suoi segreti letti sfatti di cui non c’è verso di sapere niente e pensa che in questo modo dopo si sentirà meglio. Io penso solo che oggi almeno finirò prima, niente lavatrici. Tanti auguri a lei

La cameriera ai piani

 

(per menteminima)

“Vivere è esser…

“Vivere è essere un altro. Neppure sentire è possibile se si sente oggi come si è sentito ieri: sentire oggi come si è sentito ieri non è sentire, è ricordare oggi quello che si è sentito ieri, è essere il cadavere vivo di ciò che ieri è stata la vita. Cancellare tutto dalla lavagna da un giorno all’altro, essere nuovo ad ogni alba, in una nuova realtà perpetua dell’emozione: questo e solo questo vale la pena di essere o di avere, per essere o avere quello che in modo imperfetto siamo”.

da: F.Pessoa, Il libro dell’inquietudine

L’utopia…

Cara Fiona

martedì ho venduto le sedie. Sai quelle belle sedie impagliate che avevo preso per la cucina e che stavano così bene intorno al grande tavolo? Sì, quelle sedie su cui ci siamo sedute tutte insieme quando sei venuta a mangiare, a bere, a parlare dell’amore quello che esiste, come scrivesti la prima volta quando te ne andasti. Bene, mi sono detta che non avrei mai potuto mettere quelle sedie intorno ad un altro tavolo ed è andata a finire che se le é portate via un grasso signore e non so come è riuscito a farle entrare tutte nella sua macchina insieme a lui stesso ma infine ce l’ha fatta anche sotto la pioggia.

Io gliele avevo preparate qui vicino alla nuova porta, spolverate ed impilate due a due, sai come siamo certe volte, ma mentre toglievo qualche ragnatela da sotto e mi domandavo se fossero ragnatele vecchie oppure nuove, mi sono accorta che mi tornavano alla mente le persone che si erano sedute su quelle sedie prima e dopo di voi. Ho rivisto insieme alle chiacchiere di noi donne qualche festa di gruppo quando erano state tutte occupate, ma anche qualche mattino silenzioso quando qualche coppia di clienti si godeva la colazione guardando fuori dalle incantevoli finestre ed attardandosi su una seconda fetta di crostata mi parlava anche della loro casa, delle loro vite, di dove venivano e di dove sarebbero andati quel giorno.

I muratori. I giardinieri. Lo strano prete. Il mio primo amore, e l’ultimo. I giornalisti. Il veggente. I miei amici di sempre ed i nuovi amici come voi. I musicisti. Il poeta. L’ispettore.  E ancora. Ma il peggio è venuto te lo dico che tanto so bene che a te posso dire tutto, è stato quando mi sono vista in tante occasioni io stessa seduta su una di quelle sedie, a quello che era il mio posto.

E’ per questo che non mi faccio sentire: ho ancora ferite aperte, ti prego perdonami. Ma quel giorno quando sono partite le sedie ho fatto delle frittelle di carnevale sicura che anche tu a quell’ora stavi impastando qualcosa e forse ti stavi anche inavvertitamente infarinando anche i capelli ed ho avuto il presentimento che il momento di rivederci si avvicina. A un altro tavolo, con altre sedie? O ci siederemo davanti al mare?

Quei nostri sguardi .1

Tornano
quei nostri sguardi

 

fuggiti insieme
lassù sulle colline
quei nostri
sguardi
verdi

 

ondeggiati
teneramente
tra le spighe al vento
scesi di corsa poi
come monelli
senza fiato
approdati
agli occhi
negli occhi

muti frugando
muti
f  r  e  m  e  n  d  o

 

e tornano, tornano ancora

in certe sere scure

comete smeraldine

che non sai.