Le belle di notte

belledinotte

Poi ripartiamo

ancora una volta

ognuno per la sua via,

ci dividiamo.

 

Voltate le spalle al saluto

il silenzio scende

anche stavolta

 

col filo del tuo sguardo

annodato

dal prato alle stelle

sdraiato

col fianco al mio fianco

immaginato

col bacio mai dato

 

nessun dolore che non sia già stato

nient’altro che un velo di lieve tristezza

 

mentre le belle di notte s’aprono

ancora una volta

anche stasera

anche stavolta.

 

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La lettera verde

Ho pensato che prima di iniziare quest’altro nuovo viaggio avrei potuto fare una piccola deviazione e fermarmi dove c’eri tu, così giusto per il piacere di ascoltarti parlare un’altra volta, giusto per farti una sorpresa, giusto, visto che c’ero, portarti la tua poesia che ho da poco rivisto e che tu, giustamente non hai mai letto. Quindi l’ho scritta con un inchiostro verde (é stata una coincidenza del tutto involontaria che io trovassi quella vecchia penna con quell’inchiostro credimi, ma l’ho trovata di buon auspicio!), l’ho messa in una busta verde anche lei (mica è colpa mia se ne ho ancora tre o quattro di quelle) e quindi nella borsetta, ed é rimasta lì per tutto il tempo della conferenza, mentre pregustavo oltre al resto del viaggio tra i cinque sensi – e non potrai negare quello che è successo nel frattempo – anche il finale, quello in cui l’avresti avuta tra le mani ed io dopo averti salutato me ne sarei andata tra la gente continuando ad assaporare anche il momento in cui finalmente da solo avresti potuto aprirla e leggerla.

Ma… è ancora lì. Ti ho detto che ti avevo portato un regalo e non ho avuto il coraggio di dartelo, ma questo non è del tutto esatto: il fatto é che ho scoperto che sì, so benissimo perchè ho scritto verdi ed anche tu l’avresti subito capito logicamente se avessi letto, ma no, quei nostri sguardi non erano affatto verdi.

L’uscita

uscita

(anche in una stazione con un solo binario)

anche al buio
di quest’altra torrida estate
senza linfa, senz’aria
masticando d’ingiustizia
amara
fin dal mattino

dopo il tornado dove sei
tu da una parte, i brandelli dall’altra
delle tue vesti
i fuscelli
della tua casa
come fiammiferi, dispersi
e tu senza bagagli
nient’altro che mani ferite
per l’aggrapparti
nient’altro

(c’è una via d’uscita)

?

 

Un codice é un codice

Certo, mi sono persa.

Ci pensi mai tu prima di fare una telefonata simile che dall’altra parte potrebbe esserci qualcuno che tra poco si perderà? Qualcuno che si sta sedendo, mentre capisce – quasi contemporaneamente al tuo “mi dispiace signora” – come sta per andare a finire l’ultima speranza che aveva, mentre con una mano regge il telefono e con l’altra si tiene la fronte: non c’é nessuno che le tiene la fronte, nessuno che le scosta la sedia, nessuno ad accendere la luce magari, perché anche se non lo sai é calato un certo buio nella stanza, non c’era prima e tu sicuramente non lo hai visto dal tuo luminoso prestigioso ufficio, ma é cominciato a scendere man mano che le tue parole andavano avanti, con piccole ombre nebbiose intorno, poi con pennellate decise opache nerofumo.

Ma tu sei andato avanti comunque e lei ha ribattuto ha chiesto e proposto comunque anche se non sapeva più dov’era e tu hai continuato a rispondere e a spiegare quell’ennesima fine come se fosse perfettamente normale: un codice allineato a un altro codice in colonna, poi la somma, poi sotto la firma. “Lei ha firmato signora. Non c’é niente da fare”.

 

 

Carboncino

ritratti1

Fissami su un foglio bianco

con la cenere ch’era brace
traccia il profilo, le curve
del volto
schizza i capelli
le ciglia
le labbra.

Fissami su un foglio bianco
dimmi che esisto

poi con le dita
morbido
sfuma
cerca le pieghe
le ombre, i rilievi
lo sguardo.

Fissami su un foglio bianco
dimmi che esisto
dimmi che non mi perderò.

 
(nella foto: “mimi” in un ritratto del 1977)

Maschere

 

E ti domandi quante maschere dovrai provare

tu che di maschere non sai

e quante lacrime celare

ancora

e ancora

su queste nuove strade.

 

Rossetti

r o s s i

indosserai

ancora

 

e smalti iridescenti

mantelli

evanescenti

e gesti

dei più avvincenti

(saprai?)

 

come si deve.

 

 

La vita é tenera

La vita é tenera come le foglie di misticanza che ho raccolto sopravvissute al sole cocente, alle lumache, al temporale, alle gazze, al vento, alle mie dimenticanze. Ho scartato quelle giallastre, quelle bucherellate, quelle marcie, poi ho lavato quelle intatte e le ho guardate splendere delizia.

 

Mi sono svegliata ancora una volta domandandomi come un naufrago a occhi chiusi su quale spiaggia mi avesse trascinata l’ultima tempesta, ho cercato quindi senza muovermi d’indovinarlo dai suoni, bramando come il cieco dei rumori consueti ma senza trovarne anche oggi e ancora una volta credimi, neanche uno. Ma dove sono? Mi sono chiesta un’altra volta, e mi domandavo se oggi anche tu nella tua nuova stanza, in quella strada che per te é nuova, ti stessi facendo la stessa domanda o cercassi anche solo un frammento della stessa cosa, e se lo farai anche domani e per quante mattine ancora.

 

Sarà il tenero letto per un’insalata di lenticchie, peperone giallo, pomodorini, cipolla fresca.