Il davanzale

E’ così fresca questa ferita ancora

che per un nulla s’apre

per una sola parola urtando

sul ricordo d’un davanzale, bianco:

(dai due scurini azzurri socchiusi)

da lì saltava la gattina fino in cima

ed ora non ci arriva più

(filtravano i raggi di sole estivo)

fin lassù sopra ai libri.

Adesso da sotto qui in basso guarda e chiama:

sanguina

sanguina ancora.

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Siamo fatti di cielo

Mi sono svegliata e ad occhi chiusi ho sentito il mio primo respiro: d’aria; e poi un altro: d’aria, di cielo.

Siamo vive, ho pensato. Siamo salve. Certo con il plurale pensavo alle gatte, che sentivo, ma subito dopo anche che avevo continuato a girare per le sette volute del labirinto, anche insieme a te. Poi, che neanche ti ho detto buon viaggio, che oggi riparti. Ma come potrei? D’un viaggio che conosciamo entrambe così bene anche se forse non l’abbiamo mai fatto insieme, ma per tutte le volte che l’abbiamo fatto io verso di te e tu verso di me, per le volte che ci siamo aspettate a vicenda alla stazione della città-cartolina e di questa è come se adesso fossi lì al tuo fianco e come se tu lo fossi stata al mio in tutte le innumerevoli andate/ritorno.

Ma tu a proposito che fai oggi, vai o torni? E’ difficile a dirsi, non credi? Passano le stazioni, le fermate, le porte aperte e poi richiuse, le ripartenze, il verde a scorrere. Sei già arrivata al lago? Penso, e mi chiedo se starai guardando l’acqua (ti prego non guardare, non pensare, non pensare all’acqua come io ho fatto per giorni, a quel suo respirare / non respirare più / addormentarsi forse / poi galleggiare senza più peso, chiedendomi com’è stato e come sarebbe), oppure se ti sarai addormentata prima, molto prima e ti sarai svegliata dopo, molto dopo, e svegliandoti avrai sentito il respiro che ti entra dentro, d’aria, di cielo…