05/09

Aspetto l’autunno

 

come faccio con gli ultimi raggi del tramonto

sullo scalino tiepido

(il fresco della sera che socchiude gli occhi)

 

come faccio con la pioggia

mentre cambia il vento

(le dolci nubi bigie più vicine)

 

Aspetto l’autunno:

ci accoccoleremo

guariremo.

 

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Porta via (questa é tutta roba mia)

la povertà, la pazzia
portati via
il freddo
la solitudine
la malattia

portati via
il silenzio, l’ombra
e tutti i vuoti e tutti i grigi
e tutti quei volti e tutte le menzogne
le porte chiuse

portati via
quel giorno di settembre
e tutti i giorni in cui
non riesco a dire.

 

14/10

Che poi magari é solo un’altra stupida salita come tante.

Scivolosa, come tutte, sotto la pioggia.

É solo la pazzia che sembra più vicina. Lei si affaccia ad ogni curva, cade coi rami secchi, serpeggia nei fossi col fango e straborda; la vedi con la coda dell’occhio e avanzi e fai finta di non vederla come hai fatto col riccio schiacciato, cercando di non domandarti se fosse lo stesso che passava la sera per mangiare, le zampette, i piccoli occhi brillanti. Devi assolutamente tenere gli occhi al centro della strada.

Che poi magari non é neanche una salita, ma un falsopiano, che dopo poco s’appareggia.

Ed oltre il crinale, a sinistra, il panorama. Le luci, due parole, quelle ancora capaci di farti tremare le vene.

Le belle di notte

belledinotte

Poi ripartiamo

ancora una volta

ognuno per la sua via,

ci dividiamo.

 

Voltate le spalle al saluto

il silenzio scende

anche stavolta

 

col filo del tuo sguardo

annodato

dal prato alle stelle

sdraiato

col fianco al mio fianco

immaginato

col bacio mai dato

 

nessun dolore che non sia già stato

nient’altro che un velo di lieve tristezza

 

mentre le belle di notte s’aprono

ancora una volta

anche stasera

anche stavolta.

 

La lettera verde

Ho pensato che prima di iniziare quest’altro nuovo viaggio avrei potuto fare una piccola deviazione e fermarmi dove c’eri tu, così giusto per il piacere di ascoltarti parlare un’altra volta, giusto per farti una sorpresa, giusto, visto che c’ero, portarti la tua poesia che ho da poco rivisto e che tu, giustamente non hai mai letto. Quindi l’ho scritta con un inchiostro verde (é stata una coincidenza del tutto involontaria che io trovassi quella vecchia penna con quell’inchiostro credimi, ma l’ho trovata di buon auspicio!), l’ho messa in una busta verde anche lei (mica è colpa mia se ne ho ancora tre o quattro di quelle) e quindi nella borsetta, ed é rimasta lì per tutto il tempo della conferenza, mentre pregustavo oltre al resto del viaggio tra i cinque sensi – e non potrai negare quello che è successo nel frattempo – anche il finale, quello in cui l’avresti avuta tra le mani ed io dopo averti salutato me ne sarei andata tra la gente continuando ad assaporare anche il momento in cui finalmente da solo avresti potuto aprirla e leggerla.

Ma… è ancora lì. Ti ho detto che ti avevo portato un regalo e non ho avuto il coraggio di dartelo, ma questo non è del tutto esatto: il fatto é che ho scoperto che sì, so benissimo perchè ho scritto verdi ed anche tu l’avresti subito capito logicamente se avessi letto, ma no, quei nostri sguardi non erano affatto verdi.