Io vengo a romperti i pensieri

(come riconosci un poeta quando ne vedi uno?)

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06/12

Prima che la terra ricominciasse a tremare pensavo di raccontarti dei ritorni di Leone.

Prima che anche tu sparissi, di nuovo.

Prima, come c’è sempre un prima e come ti potrei dire che no, penso che non sono neanch’io la stessa di prima e anche se vorrei non potrei mai esserlo. Sono diversa anch’io, infatti, non sono la stessa di quando c’eri tu o di quando la terra tremava allora, perchè poi lo dimentichiamo o facciamo finta di dimenticarcelo, perchè poi ci abituiamo di nuovo ad averla ben salda sotto ai piedi pur con tutto quello che ci manca e ci illudiamo che la stiamo, che ci stiamo, come addomesticando.

Volevo raccontarti di quando la terra era ferma e ogni volta pensavo che Leone non tornasse più, come lui, come te. Di come guardassi il suo piattino sotto alla panchina e pensassi ogni giorno che avrei dovuto toglierlo e romperlo, e buttarlo via, e di come, comunque, ne parlassi con la gattina ogni singola sera e guardando il vialetto deserto di lui le chiedessi: ma Leone, non s’é visto? Volevo dirti di come Leone, comunque, ogni volta, ritorna. Non é più lui, certamente, come io non sono più io. Passa ogni volta un tempo che pare insopportabile, ed altri stravolgimenti che sembrano invincibili. Ma volevo dirti del pelo di Leone sotto alle mie dita, e di quello che ci siamo detti.

 

La sera della volpe

 

Perché poi ti dimentichi. Nel tempo che cancella, nell’ansia che hai di una musica ti dimentichi di quel che hai visto accadere anche nel più perfetto silenzio: della volpe che é apparsa d’improvviso furtiva, come fa l’amore, del balzo al cuore ad il suo passo, delle orecchie, la coda, lo sguardo, di quando poi é sparita in quel punto giù in fondo al bosco, di quando per giorni già sapevi che avresti continuato a fissare quel punto, quello stesso punto.

 

14/10

Che poi magari é solo un’altra stupida salita come tante.

Scivolosa, come tutte, sotto la pioggia.

É solo la pazzia che sembra più vicina. Lei si affaccia ad ogni curva, cade coi rami secchi, serpeggia nei fossi col fango e straborda; la vedi con la coda dell’occhio e avanzi e fai finta di non vederla come hai fatto col riccio schiacciato, cercando di non domandarti se fosse lo stesso che passava la sera per mangiare, le zampette, i piccoli occhi brillanti. Devi assolutamente tenere gli occhi al centro della strada.

Che poi magari non é neanche una salita, ma un falsopiano, che dopo poco s’appareggia.

Ed oltre il crinale, a sinistra, il panorama. Le luci, due parole, quelle ancora capaci di farti tremare le vene.