28/10

 

Quando non mi trovi è perché mi sono persa

tra il rombo dei motori, il rullìo degli pneumatici in corsa

il ronzio degli aspiratori di quel ristorante sul retro

una sega elettrica, dentro a un garage.

 

Sono perduta come quei trilli lontani d’uccelli tra un fragore e l’altro

come la musica della pioggia

le voci del vento.

 

Guardo lo spicchio di cielo grigio tra le case

le gocce scivolare sui vetri

il grande tiglio che dondola muto le foglie gialle

ma non so se l’autunno mi troverà.

 

Annunci

Il mio cuore non é venuto con me

 

Non è nel rumore di queste strade grigie

negli alberi conficcati nei marciapiedi

 

(agli incroci cadono le parole, morendo come le foglie incolori

spazzate via dalle donne stizzite sulle soglie)

 

non c’è il mio cuore:

stretto alle sbarre dell’autobus in corsa

gli occhi in fuga sul campanello rosso

inghiottito dalle strisce pedonali

arrivato nella schiena premuta sulla porta

finalmente chiusa.

 

03/12

Non ho paura della terra
che eppure ho sentita tremare
non ho paura dei venti
che eppure ho visto spazzare via

non ho paura dei mari tempestosi che ho navigato
degli abissi infimi che ho risalito
dei fuochi ardenti
delle giungle
dei deserti

di tutte le piccole e grandi creature
che li popolano, che li animano
non ho paura:
ho paura dell’uomo.

 

Una fuga

Ecco, mi fermo. La lingua smette di battere, la testa di pulsare, le gambe di andare, io tutta meravigliosamente di dover fare. Mi fermo: il respiro quieto come le foglie gialle.
Ecco, taccio. Che se taccio sarà come se non fosse mai successo.
Ecco, faccio come faceva lei continuamente: dormo. Che se dormo non lo vedrò, e neanche lo ricorderò.
E’ una fuga senza biglietto e senza valigia questa mia, senza passaporto, senza attese.

C’era il portone aperto

C’era il portone tutto aperto.

Possono mandarti via in qualunque momento. Preparati. Possono prenderti, spingerti, strapparti, via, da tutto. Da tutto quello che avevi piantato e coltivato, da quello che avevi pulito e lucidato, da quello che avevi amato, cullato, quello cui avevi cantato. Via, che non saprai più quando è sole, nè cosa, il sole, sia.

C’era il portone tutto aperto, qualcuno l’aveva spalancato. Un fascio di sole inondava l’ingresso quasi fino a metà, e alla fine c’era l’ombra dei riccioli della lunetta. C’era il portone tutto aperto, e non era per entrare.

Un codice é un codice

Certo, mi sono persa.

Ci pensi mai tu prima di fare una telefonata simile che dall’altra parte potrebbe esserci qualcuno che tra poco si perderà? Qualcuno che si sta sedendo, mentre capisce – quasi contemporaneamente al tuo “mi dispiace signora” – come sta per andare a finire l’ultima speranza che aveva, mentre con una mano regge il telefono e con l’altra si tiene la fronte: non c’é nessuno che le tiene la fronte, nessuno che le scosta la sedia, nessuno ad accendere la luce magari, perché anche se non lo sai é calato un certo buio nella stanza, non c’era prima e tu sicuramente non lo hai visto dal tuo luminoso prestigioso ufficio, ma é cominciato a scendere man mano che le tue parole andavano avanti, con piccole ombre nebbiose intorno, poi con pennellate decise opache nerofumo.

Ma tu sei andato avanti comunque e lei ha ribattuto ha chiesto e proposto comunque anche se non sapeva più dov’era e tu hai continuato a rispondere e a spiegare quell’ennesima fine come se fosse perfettamente normale: un codice allineato a un altro codice in colonna, poi la somma, poi sotto la firma. “Lei ha firmato signora. Non c’é niente da fare”.

 

 

201

Nel mondo nuovo mi conteggiano spesso e per ogni numero mi danno un voto: ho punti per i titoli nobiliari e per quelli proletari, punti per i passi fatti e per quelli mancati, punti per i guadagni e per le perdite, per le parole dette e per quelle scritte, per le solitudini e le compagnie, per la vecchiaia e la gioventù. Certe volte poi fanno finta di giocare e mi danno delle buste – certo numerate – e mi chiedono di scegliere quale e dentro ogni busta ce ne sono altre due e così via e poi alla fine mi chiedono, giusto per divertirsi: – Ma dica, per curiosità, come mai ha scelto sempre quella a sinistra? Vogliono instillarmi il dubbio atroce… forse c’era il numero giusto? Io, come si dice, conto fino a tre, taccio, sorrido a metà. Come nascondessi il trucco d’una mossa che ho già fatto o sto per fare, certo un segreto numerico ignoto ai più, come il loro voto-verdetto mai palese prima di un’ altra, inconteggiabile, attesa.

Ho deciso stamattina quasi ribellandomi di mettermi presto in fila di mia spontanea volontà per vedere a quel punto che numero mi avrebbero dato, finché anche con la sala che mi pareva semivuota mi sono ritrovata con in mano un desolante: 201. Mi avevano chiesto il numero di scarpe e quello dei centimetri, prima che il fotografo mi stringesse la mano e poi mi dicesse di tenere il numero qui davanti sul cuore: clic.

Le porte

Prima di ricominciare bisogna chiudere tutte le porte.

Quel giorno fece per l’ultima volta tutto il giro come sempre, in senso orario, ad ogni piano. Aprì ogni stanza e controllò con lo sguardo che tutto fosse in ordine, le persiane agganciate per la notte, le luci spente. Poi richiuse tutte le porte, una dopo l’altra.

Però ogni tanto arrivava qualcuno che la costringeva, anche così da lontano, a riaprirne qualcuna. E, nella mente,  doveva ricomiciare il giro.