Ringrazio

(visto che sembra terapeutico, proviamolo)

 

per tutto quello che ho visto

per gli occhi, ringrazio

per tutti i verdi

(le mie dita tra i fiori e sul muschio, le mie braccia intorno agli arbusti)

per tutti gli azzurri di tutti i miei cieli, di tutti i miei mari

(le mie labbra baciate dai venti, immerse fra le onde)

 

per le altezze e per i fuochi delle profondità

ringrazio

per i tremiti e il calore

per l’amore nel petto di un abbraccio

 

e per tutti gli incroci, i bivi coi precipizi a lato

per tutti i passi su tutte le strade

con i fari o il buio

(sperando ne restassero le mie orme).

 

(…)

 

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10/12

 

Di questo tempo dove non so

se è tutto passato

o tutto ancora da accadere

 

se è tutto perduto

o tutto ancora da trovare

 

come in un turbine

un chiarore.

 

La strada é a senso unico: avanti

In nessun caso – mai – guardare indietro: questo è senz’altro – e sempre – estremamente pericoloso. Neanche quando il panorama passato sembrerà migliore e più interessante del tratto di strada attuale.

Nella migliore delle ipotesi facendolo si rischia di andare a sbattere contro un lampione, nella peggiore di cadere in un burrone. Anche se miracolosamente se ne esca illesi, uno stato di malinconia generale e assoluta tristezza intossicherà comunque immediatamente l’organismo e l’anima, fino a offuscare anche gli occhi, rendendo impossibile continuare il cammino.

(aggiornata la pagina info)

La pietra

“…ma so che qui è così e quanto importi nella vita non già di essere forti ma di sentirsi forti, di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa (da “Into the wild”, Christopher McCandless, citando Primo Levi)

 

La colpa è stata della pietra, ecco. Un giorno ti racconterò questa storia, quando sarai più grande. Forse lo farò recitandola con il tono di quelle orride favole giapponesi come meriterebbe, ma in ogni caso ti sembrerà una favola perché, in fondo in fondo, non mi crederai.

Ti dirò di quando in certi paesi lontani, su certi lontanissimi sentieri, si incontrano talvolta delle pietre: prima dei ciottoli, poi dei sassi, poi delle piccole pietre su cui puoi inciampare magari la prima volta, che puoi imparare a saltare la seconda, forse alla terza arrivare addirittura a raccoglierne qualcuna. Ma ancora non sai che quelle non sono “la” pietra.

Quella – te ne accorgeresti, ma io conto sul fatto che non la scorgerai mai – ma te lo dirò, è grande come tutto il sentiero: è un’enorme pietra non solo cieca e sorda ma soprattutto enorme, tanto da coprire anche le stelle, sai? La bambina guarda in su e non vede altro che quella altissima parete di roccia e neanche più l’orizzonte. E’ lì che ferma si mette a pensare, proprio lì, in piedi. Che è la stessa pietra di cui aveva sentito una volta in una storia, credendo che fosse una favola. E’ lì che si mette a cercare di scoprire, di capire. Anche se si sta facendo notte.

Ma noi saremo sedute di fronte al mare, quando te la racconterò. Su uno scoglio. Sarà stato un giorno di sole e la luce prima del tramonto si rifrangerà con dolcezza come fa sempre e quel giorno e in quel momento lo farà ancora meglio e ancora di più, sulle onde. E tu sarai più grande e non ti spaventerai. Ed io riderò, perché da un pezzo sarò già dall’altra parte con la pietra alle spalle, da un bel pezzo.

 

Per Camilla

I punti

ric

punto su punto

istante su istante

r  e  s  p  i  r  i

su respiri

 

giorni e notti tessuti

di musiche e silenzi, di risa e di singulti

filati nella luce

sospesi dentro al buio

lasciati, rigirati, ripresi, ricontati

stretti

d  i  s  t  e  s  i

 

amati e odiati

rimirati e ignorati

mai rinnegati

punti

i  n  f  i  n  i  t  i

 

29/11

Rimaniamo sempre io e te sulle due sponde opposte: ruscello o fiume, mare o oceano che ti sembrino, così come ti sembrano impossibili da attraversare.

Anch’io infine te lo dico ho imparato da te a rimanere ferma, guardando l’orizzonte. E l’orizzonte è diventato poi prima un quartiere, poi un muro, poi quel tetto orrendo cosparso di mattoni, quell’angolo buio dove di notte nasce la paura, finché ho chiuso anche la finestra per non vederli e ho acceso la luce. Certo ancora lo faccio, certo, anche in pieno giorno. Lo chiudo fuori il desiderio di te, che non sono più la stessa, quella che sorrideva dalla sponda opposta e come dicevano? Sospirava. Mi domando adesso che mi manca il fiato, come facessi.

 

19/12

 

Da quando lui se n’è andato sento il freddo.

Penso a sua madre e a quando mi hanno detto che diceva che lui era freddo, e poi dopo un po’ che era ancora più freddo. Mi sembra allora che il gelo del mattino mi sia penetrato dovunque nelle ossa, fino ai polpastrelli, e che si stia insinuando in tutte le mie parole.

Non ricordo neanche d’aver mai ricevuto un bacio, né di averne desiderato uno.