Sintonizzandosi

Nel silenzio del nuovo mondo ogni tanto per non impazzire accendo la radio e premo sul pulsante del sintonizzatore ma é molto difficile trovare nuove frequenze. Premo, lascio, fruscii… premo, lascio, ancora brusìì… premo ancora e silenzio, e ripremo, e ricomincia il giro.

Allora prendo il foglio dove avevo scritto la lista delle vecchie frequenze prima di cancellarle chenonsisamai e scorro la lista, dicendomi che forse magari potrei ascoltare qualcosa da qualche vecchia voce, forse potrei addirittura fare delle domande se qualcuno finalmente mi rispondesse e potrei capire qualcosa, avere delle nuove coordinate perlomeno anche delle ipotetiche tracce andrebbero bene, mi dico.
Lui stavolta risponde. E’ talmente lontana la sua voce, la sua voce é così diversa da farmi dubitare per un attimo se davvero sia la sua, questa sua voce così lontana e così fredda, senza più neanche una briciola di malizia e neanche una parvenza di dolcezza, ci sono addirittura dei fruscii metallici anche nel mezzo della sua sgradevolmente imbarazzata anche se davvero diplomatica come si conviene alla sua posizione voce che poi è solo una voce che sa di nulla anche se incredibilmente mi sta rispondendo e mi dice finalmente quello che già da un pezzo sapevo: che no, non c’era un perché.

Spengo e ascolto: da qualche parte hanno acceso dei gRi-LLi.

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201

Nel mondo nuovo mi conteggiano spesso e per ogni numero mi danno un voto: ho punti per i titoli nobiliari e per quelli proletari, punti per i passi fatti e per quelli mancati, punti per i guadagni e per le perdite, per le parole dette e per quelle scritte, per le solitudini e le compagnie, per la vecchiaia e la gioventù. Certe volte poi fanno finta di giocare e mi danno delle buste – certo numerate – e mi chiedono di scegliere quale e dentro ogni busta ce ne sono altre due e così via e poi alla fine mi chiedono, giusto per divertirsi: – Ma dica, per curiosità, come mai ha scelto sempre quella a sinistra? Vogliono instillarmi il dubbio atroce… forse c’era il numero giusto? Io, come si dice, conto fino a tre, taccio, sorrido a metà. Come nascondessi il trucco d’una mossa che ho già fatto o sto per fare, certo un segreto numerico ignoto ai più, come il loro voto-verdetto mai palese prima di un’ altra, inconteggiabile, attesa.

Ho deciso stamattina quasi ribellandomi di mettermi presto in fila di mia spontanea volontà per vedere a quel punto che numero mi avrebbero dato, finché anche con la sala che mi pareva semivuota mi sono ritrovata con in mano un desolante: 201. Mi avevano chiesto il numero di scarpe e quello dei centimetri, prima che il fotografo mi stringesse la mano e poi mi dicesse di tenere il numero qui davanti sul cuore: clic.

Beyond

Beyond, Novembre 2013
Beyond, Novembre 2013

Potrei andare oltre.

Potrei rimanere su questo treno che va verso nord fin quando non scoprano che il biglietto non è quello giusto, fin dove scendendo in quella stazione vedessi che le linee non sono gialle e dove camminando per le strade fossi sicura che quella è una città che non conosco e dove nessuno mi riconosce.

Oltre, dove potrei non dire, dove potrei non raccontare. Dove potrei per un po’ solo guardare, smettendo di ricordare ed anche di pensare.

Vagherei tra la gente fino a perdermi, fino a sedermi su un muretto qualunque, e forse infine riderei.

La fine

La fine la riconosci quando la vedi scritta nero su bianco.

Non era quella presagita, quella comunque come si dice annunciata, quella alla quale cercavo lentamente di adattare la mente ed i giorni mentre mi convincevo di dover continuare a camminare, no, affatto. Quello non era niente.

La fine è scritta su quel foglio che prima era vicino alla stampante, poi sul tavolo di cucina, poi dentro ad una cartellina di plastica nella borsa. Lo tiro fuori e lo porgo all’impiegata comunale facendolo passare attraverso la buchetta del vetro. Lei allunga la mano a prenderlo mentre alza gli occhi a guardare le mie lacrime (certo se ne deve essere accorta dal tono della voce), lo posa sul tavolo, lo legge e vede subito quello che dice, eccolo: fine, nero su bianco. Sono talmente poche le righe e le parole, é difficile sbagliarsi. Rialza gli occhi per qualche frazione di secondo, poi li riabbassa al foglio, quindi prende un piccolo timbro datario, lo poggia su un tampone blu e lo timbra, in alto a destra. La fine si timbra. Infine dice: “a posto così”.