Il mio fiore (che non marcisce) per lei

(un esperimento fonetico a ritmo costante)

 

13/01/06

 

Vengo da te

per l’ultima volta

 

vengo da te

per capire

se è vero

 

ancor più sola

vengo

ancor più smarrita

guardo

 

e tra le lacrime

rotaie

intrecciate

e pietre

sporche

e un orologio

blu

e un gabbiano

lento

e una nave

lontana

e alberi

spogli

nella nebbia

increduli

scorrono.

 

Vengo da te

e il giorno

sconvolto

tramonta

e una fila di luci

s’accende

e il cuore

si stringe

ancora

e ancora:

 

cerca

il tuo sorriso

che non vedrò

e la tua voce

che non udrò.

 

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Siamo fatti di cielo

Mi sono svegliata e ad occhi chiusi ho sentito il mio primo respiro: d’aria; e poi un altro: d’aria, di cielo.

Siamo vive, ho pensato. Siamo salve. Certo con il plurale pensavo alle gatte, che sentivo, ma subito dopo anche che avevo continuato a girare per le sette volute del labirinto, anche insieme a te. Poi, che neanche ti ho detto buon viaggio, che oggi riparti. Ma come potrei? D’un viaggio che conosciamo entrambe così bene anche se forse non l’abbiamo mai fatto insieme, ma per tutte le volte che l’abbiamo fatto io verso di te e tu verso di me, per le volte che ci siamo aspettate a vicenda alla stazione della città-cartolina e di questa è come se adesso fossi lì al tuo fianco e come se tu lo fossi stata al mio in tutte le innumerevoli andate/ritorno.

Ma tu a proposito che fai oggi, vai o torni? E’ difficile a dirsi, non credi? Passano le stazioni, le fermate, le porte aperte e poi richiuse, le ripartenze, il verde a scorrere. Sei già arrivata al lago? Penso, e mi chiedo se starai guardando l’acqua (ti prego non guardare, non pensare, non pensare all’acqua come io ho fatto per giorni, a quel suo respirare / non respirare più / addormentarsi forse / poi galleggiare senza più peso, chiedendomi com’è stato e come sarebbe), oppure se ti sarai addormentata prima, molto prima e ti sarai svegliata dopo, molto dopo, e svegliandoti avrai sentito il respiro che ti entra dentro, d’aria, di cielo…